A che serve oggi il sindacato?

Il sindacato deve avere il coraggio di rimettere in discussione l'idea del lavoro. E puntare su meritocrazia, competenza e capacità. [Franco Balbo]

Desk2 12 novembre 2013
[b]di Franco Balbo[/b]


Quale è il ruolo del sindacato nel XXI secolo? Forse è questa la domanda dalla quale bisogna partire.

Persino Landini, leader della Fiom-Cgil, nell’ultima intervista su Repubblica di venerdì scorso, mette in qualche modo in discussione il sindacato.
Landini ha ragione quando evidenzia una grave crisi di rappresentanza (soprattutto sui precari): "o questo sindacato cambia o è destinato a morire".
Peccato se ne accorga solo ora.



Il vero problema è che non basta dire che il sindacato deve cambiare.
Bisogna capire cosa deve cambiare e la formula che Landini propone non è sufficiente, a mio parere, per un vero cambiamento e rinnovamento del sindacato italiano.br/>

Non sarà con una maggiore democrazia interna (come auspica Landini) che si otterrà una maggiore rappresentanza tra i lavoratori. Che i lavoratori votino prima di una firma o meno di un accordo sindacale non cambia la visione che i lavoratori hanno del sindacato.br/>


La disaffezione non sta tanto nel non aver consultato i lavoratori prima di firmare accordi.

Vige in Italia un principio di rappresentanza.

La delusione e il non sentirsi rappresentanti, ad esempio, da un parlamento non deriva dal fatto che i parlamentari, prima di ogni legge non chiedano mandato ai cittadini. Il mandato lo hanno già avuto alle elezioni.
La crisi di rappresentanza sta nel fatto che il parlamentare in questione non dimostra abbastanza capacità di competenza e di congruità con le aspettative di chi lo ha delegato.



La riforma del sindacato deve partire quindi da un cambiamento di visione della società. Non c’è più una classe operaria e una classe imprenditoriale così come vista nei decenni e nei secoli scorsi. Esiste un laureato in legge che fa precariato per anni in vari studi, una donna che dopo aver avuto un figlio non riesce a rientrare nel mercato del lavoro, esistono imprenditori che non hanno accesso al credito pur avendo idee innovative.


L’elenco del disagio sarebbe lungo.

Il sindacato deve trovare il coraggio di rimettere in discussione l’idea di lavoro e di conseguenza le sue regole che andavano bene cinquant’anni fa ma che oggi spesso vanno addirittura contro la creazione di lavoro in Italia, troppo restrittive a volte incomprensibili.


E forse è arrivato il momento anche per il sindacato di puntare al suo interno sul merito e le competenze. La formazione di una dirigenza sindacale non è così semplice.


Credo, però, che in Italia qualsiasi partito, qualsiasi associazione, qualsiasi azienda e quindi anche il sindacato aumenterebbe la sua credibilità e capacità di rappresentanza se iniziasse a spingere maggiormente sul sostenere e favorire una classe dirigente più capace e competente.


Non è semplice, ma molte cose in Italia per essere cambiate devono passare da lì: dal cambio della classe dirigente basato sul merito, competenza e capacità.
Con meno ideologia e più pragmatismo forse ce la possiamo fare.