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Politics

Scuola, ecco i tagli dietro l'angolo

Il governo non lo fa con i proclami come ai bei tempi di Tremonti-Gelmini. Ma le indicazioni sulla scuola sono sempre le stesse: tagliare. [Fabio Luppino]

FABIO LUPPINO
lunedì 11 novembre 2013 17:37

di Fabio Luppino

Perché il ministero della Pubblica Istruzione non dice qualcosa di chiaro e autocritico sull'introduzione nelle scuole del registro elettronico? E, soprattutto, perché non ammette che da quando è iniziato l'anno scolastico l'adozione del moderno strumento di registrazione sta provocando enormi problemi, non solo burocratici? C'è un feed back presidi-Miur? Le stanze di viale Trastevere sono a conoscenza del problema oppure no? Se quattro professori si incontrano, dopo la rituale cordialità, passano a parlare dei problemi connessi alla roboata tecnologia.

L'ordine delle difficoltà è il seguente: 1) Ci sono scuole in cui una sola stanza e solo alcuni computer sono adibiti alla registrazione online, sempre che vi sia la connessione. Nel caso di specie si potrebbe ovviare dotando i professori di un tablet. Ma mettiamo che sia un investimento troppo costoso per le laconiche tasche del Miur, i docenti potrebbero procedere da soli, comprandoselo a spese proprie. Ma, perché c'è sempre un ma, in moltissime scuole non c'è il collegamento wi-fi. E allora i prof si chiedono, chi paga? Anche questo no; 2) Con le evidenti difficoltà iniziali, perduranti, molti collegi dei docenti hanno chiesto ai rispettivi presidi, per cominciare a scrivere qualche voto, le presenze, a registrare le attività, i ritardi e ogni altra cosa vada scritta sul registro, di avere il tradizionale strumento cartaceo. Che le cose non siano andate lisce come l'olio lo prova il fatto che moltissime copisterie-cartolerie, a Roma e in molte parti d'Italia, hanno fatto affari d'oro nella vendita del registro cartaceo, così come le richieste avute dai produttori, da Buffetti a scendere: fate un sondaggio a macchia di leopardo. Ecco, ma chi ha comprato il registro cartaceo? Alle richieste dei professori sono stati opposti dei fermissimi no da parte dei capi d'istituto: l'indicazione del Miur, evidentemente, sul punto è stata categorica. Era una voce da non prevedere a bilancio. Bisogna tener presente che negli ultimi due anni sono stati immessi nuovi dirigenti nelle scuole: avranno avuto sulla materia un eccesso di zelo? Quindi è finita con il buonsenso degli insegnanti che si sono comprati il registro cartaceo posticcio, per segnare le avvenute attività in attesa dell'agognato funzionamento della tecnologia che resta a giorni alterni in molte scuole, spendendo in media 25 euro. Restando, poi, da capire quante famiglie in Italia abbiano la connessione internet e un computer per verificare (sul registro elettronico, per il quale gli viene data la password d'accesso) quello che fanno i propri figli.

Un modo come un altro per fare spending review, ma sulla pelle degli odiati insegnanti. Quel che si arguisce, da più di un segnale raccolto qua e là, è che le indicazioni dall'alto tese al risparmio sui presidi siano assillanti. Così, spesso, si prepara la strada per dannose innovazioni normative: e sulla scuola la politica giustifica i tagli con elucubrazioni teoriche prive di fondamento. Lo abbiamo già scritto su Globalist. Gli insegnanti temono che l'introduzione della generica e onnicomprensiva figura dei Bes (ragazzi con bisogni educativi speciali) sia l'autostrada secondaria per l'inesorabile e progressiva sparizione degli insegnanti di sostegno, perché se tutti diventano solo Bes, a cui si dedicheranno i consigli di classe, le disabilità ex legge 104 non ci saranno più, alla lunga, spazzando i professori appositi.

Infine. Altro sospetto diffusissimo tra gli insegnanti, purtroppo avvalorato dal ministro che sul tema non ha tabù, è la riduzione delle scuole superiori a quattro anni. Tra gli elementi avvaloranti c'è il rendere istituzionali i test d'ingresso all'università nei mesi di aprile-maggio: i ragazzi spendono la primavera più che a prepararsi per la maturità, il cui valore sta da anni scendendo precipitosamente, a lavorare sui test d'ingresso. Quale anticamera migliore per cancellare o rendere l'ultimo anno qualcosa di utile solo a chi vorrà andare all'università togliendolo a tutti gli altri? Valerio Onida, presidente della Corte Costituzionale, intervenuto al convegno "In difesa della scuola pubblica" organizzato a Milano dalla Società Umanitaria ha detto: "Non credo sia molto utile abbreviare gli studi delle scuole superiori, può essere forse utile anticipare l'inizio del percorso scolastico. L'istruzione non può essere subordinata a calcoli economici. Gli insegnanti sottopagati e i tagli sulla manutenzione degli edifici scolastici non sono un buon segnale, lo Stato ha il dovere di agire direttamente".

Peccato che sia una voce nel deserto. E peccato che anche altre trovate vadano nella direzione opposta a quella di una istruzione maggiore. Tra queste, last but non least, la sempre più diffusa voglia dei capi d'istituto di introdurre la settimana corta. Con la giustificazione di dare il sabato alla famiglia in moltissime scuole s'avanza la proposta. I genitori abboccano, stiamo tutti a casa sempre che succeda, meno i ragazzi, ma alla fine non decideranno loro. Il motivo è solo economico, con l'istruzione e la famiglia non ha niente a che vedere: la scuola su cinque giorni avrà bisogno di meno bidelli. Inoltre sarebbe razionalizzato, quando funziona, l'uso del trasporto pubblico. Che bellezza! Licei o Istituti Tecnici su cinque giorni implicano la sesta se non la settima ora. E, quasi mai i ragazzi abitano a due passi dalla scuola, sicché torneranno a casa non prima delle quattro di pomeriggio, con poca voglia di studiare e di fare attività sperimentali. Un bel taglio, quindi, anche all'offerta formativa, allargando ulteriormente la forbice tra chi sa e chi non sa. Magari tutti su cinque giorni con le superiori su quattro anni. Meno tutto, meno scuola. Ad essere visionari e catastrofisti spesso ci si azzecca. È già successo.