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Economy

Ecco perché non si ferma il declino

Nella situazione attuale, con le azioni messe in campo non c'è alcuna possibilità di ritorno alla crescita in tempi medio-brevi.[Giuseppe M.Pignataro]

GIUSEPPE M.PIGNATARO
venerdì 21 giugno 2013 12:11

L'impari guerra contro il declino.

Nella situazione attuale, con le azioni messe in campo non c'è alcuna possibilità di ritorno alla crescita in tempi medio-brevi.

Le ragioni di questa affermazione tranchant sono così riassumibili: non c'è nella nostra storia economica una situazione paragonabile per le difficoltà diffuse e prolungate associate ad una oggettiva impossibilità di attivare autonomamente armi classiche di contrasto, normalmente utilizzate in contesti fortemente depressivi (politiche monetarie, valutarie e fiscali anticicliche); il deterioramento del quadro economico e finanziario è profondo, sempre più esteso, e ad esso viene contrapposta non una soluzione ma solo una speranza di soluzione basata sul cambiamento della linea strategica europea; manca la condizione essenziale per uscire dal tunnel della crisi in atto e cioè un piano strategico straordinario per prospettare un ritorno ad un buon equilibrio.

Si tratta di uno scenario davvero desolante verso cui bisognerebbe reagire collettivamente in modo molto più energico.

Perché ciò non accade?

A causa di una serie di errori di valutazione: è molto diffusa e prevalente la convinzione che un ammorbidimento della linea europea sia la sola strada che ci può risollevare; si ritiene comunque che la cura necessaria e sufficiente da applicare al malato per rimetterlo in sesto, sia un vasto piano di riforme; si considera la politica come l'unica o la principale causa del declino del nostro paese e si reputa che tutto o quasi dipenda da essa.

Si tratta di tre verità parziali la cui somma non produce una verità totale. Anche se è auspicabile che l'Europa rettifichi la propria strategia austero-centrica, non possiamo realisticamente aspettarci di ricevere le medicine di cui abbiamo veramente bisogno per cambiare le nostre prospettive: un abbassamento strutturale della vulnerabilità finanziaria e una adeguata liberazione di risorse da destinare alla crescita. Sono due condizioni che nella situazione data devono sussistere e viaggiare necessariamente sullo stesso binario affinché il treno riparta e non deragli.

E bisogna acquisire la consapevolezza che la seconda medicina, per chi non ha dimostrato di saperla usare efficacemente fino ad oggi, assunta da sola ha delle forti controindicazioni sugli equilibri finanziari, soprattutto per un paese che sta proiettando il proprio debito dal 103,7% del 2007 verso il 140% del PIL (includendo i debiti della P.A. non pagati). Un valore insostenibile e vicinissimo al punto di non ritorno.

Alle riforme, a cui non si può e non si deve rinunciare, viene però attribuito un potere taumaturgico che confligge vistosamente con un elemento cruciale non trascurabile della nostra crisi: il fattore tempo. Esse, ove attuate tempestivamente ed efficacemente non cambierebbero il mondo il giorno dopo e in ogni caso non può essergli attribuito un potere superiore a quello che incorporano; sono un potenziamento dei cavalli del motore della macchina che comunque non camminerebbe senza l'elemento imprescindibile per muoversi: il carburante.

Paesi molto più evoluti del nostro come per esempio USA, Giappone e Regno Unito non stanno uscendo da una crisi così drammatica solo con interventi convenzionali: allora perché pensiamo che potremmo riuscirci noi? Peraltro tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni sostengono negli atti ufficiali di aver programmato e in parte attuato ampi progetti di riforma. Soprattutto l'ultimo che aveva fatto di questo elemento il suo principale cavallo di battaglia, ma i risultati sono stati più che deludenti e in alcuni casi controproducenti.

Per quanto concerne il terzo punto, occorre sottolineare che la causa dell'inizio della crisi economica italiana ha origini esterne al nostro paese (è bene rimarcare solo le origini). Tuttavia la responsabilità per non aver compreso subito cosa stava accadendo dal 2008 in poi sono ovviamente interne e vanno ascritte a tutti coloro (non solo i politici) che hanno posto al centro prima di tutto la difesa degli interessi corporativi e/o che hanno creduto e continuano a credere che la crisi economica fosse legata ad una fase avversa del ciclo da cui si poteva uscire con una strategia classica fondata sull'utilizzo di armi convenzionali: pareggio di bilancio; lotta all'evasione fiscale e riforme.

Una terapia fallimentare che ha determinato un arretramento economico e finanziario senza precedenti (+400 miliardi di debito e -120miliardi di PIL annuale rispetto al 2007), più volte denunciata, in tempi non sospetti, anche su questo giornale, non perché non basata su sani principi (ad esclusione del principio del pareggio di bilancio, una teoria autolesionista) ma perché sensibilmente sovrastimata nelle sua capacità di fronteggiare efficacemente il nuovo campo di battaglia.

Quando ne prenderemo atto?

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