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L'indipendenza catalana può attendere

Affluenza record per il rinnovo del parlamento. Il partito del presidente Mas vince, ma perde consensi e seggi. Più difficile il referendum sulla secessione. [Francesca Marretta]

lunedì 26 novembre 2012 08:18

Artur Mas, leader dei nazionalisti di Convergència i Uniò
Artur Mas, leader dei nazionalisti di Convergència i Uniò

da Madrid
Francesca Marretta

Artur Mas, leader di Convergència i Uniò (CiU), forza di governo nazionalista liberal-democristiana, vince le elezioni per la Presidenza della Generalitat (il governo locale catalano), ma non ottiene quella "maggioranza eccezionale" invocata in campagna elettorale, necessaria a proseguire sulla via della secessione con un mandato più forte.

Secondo dati relativi all'80 per cento dei voti conteggiati, CiU ottiene 49 seggi su 135. Alle precedenti elezioni del 2010 ne conquistò 62. Il Partito socialista catalano (Psc) è al secondo posto, ma perde sei seggi, passando da 28 a 22. Il PP del Premier spagnolo Rajoy guadagna un seggio, mentre i separatisti di sinistra di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc) raddopiano, passando da dieci a venti seggi. Anche Candidatura d'Unitat Popular (Cup), altra formazione nazionalista di sinistra, cresce, arrivando a 13 seggi. Messe insieme le formazioni nazionaliste sono la maggioranza in Catalogna, ma un'alleanza di governo col partito di Mas è altamente improbabile.

L'affluenza alle urne è stata del 56 per cento degli aventi diritto al voto, circa 8 punti in più rispetto alla precedente tornata elettorale e in assoluto la maggiore mai registrata nella regione. Le accuse di corruzione contro Mas che hanno fatto capolino sulle prime pagine dei giornali spagnoli alla vigilia del voto non sembrano avere condizionato il voto in maniera determinante. L'accresciuta consapevolezza dell'assenza di prospettive concrete di adesione all'Ue per una Catalogna indipendente (nonostante i proclami di Mas), è invece un fattore da tenere in considerazione.

Vale la pena di ricordare che l'Ue non ha riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. E il fatto che la Catalogna sia più ricca non la sottrae certo alla trafila della richiesta di adesione. In campagna elettorale Mas ha parlato anche di Catalogna Stato membro della Nato, «ma senza esercito». Una contraddizione in termini.

Tutto questo è comunque secondario. La Costituzione spagnola sancisce il carattere "indissolubile" dell'unità statale, il referendum ha in questo paese carattere consultivo, va ratificato, dai cittadini, ovvero tutti gli abitanti del paese e non solo i catalani.

A Madrid sono in pochi a prendere sul serio le rivendicazioni di Mas per una Catalogna indipendente, sottolineando però i rischi di un effetto domino in altre aree del paese, a cominciare dai Paesi Baschi. Quasi tutti i madrileni ascoltati da Globalist nella capitale spagnola, concordano su un punto: Mas cerca di alzare l'asticella col governo per fare paura, sapendo benissimo di non poter camminare con le proprie gambe.

«Quello che davvero Mas vuole ottenere sono nuove concessioni dal governo, una maggiore autonomia e un regime fiscale più vantaggioso» dice Enrique, 44enne esponente delle Forze dell'Ordine in borghese. Isabel, giovane ingegnere non ancora trent'enne con esperienza in cooperazione internazionale incontrata a Puerta del Sol alla vigilia del voto catalano sottolinea: «La prospettiva di una Catalogna indipendente non sta in piedi. E proprio per il fatto che le rivendicazioni sono di tipo economico. Che faranno stamperanno una valuta nuova? Di certo non potranno usare l'euro».

Il punto centrale della rivendicazione catalana è un'Austerity attribuita alla redistribuzione della ricchezza locale col resto del paese. Il debito catalano è però pari a circa 44 milioni di euro e la disoccupazione interessa almeno 800 mila catalani. Ed è proprio qui che casca l'asino. Un improbabile stato indipendente di Catalogna vedrebbe questo debito incrementato. Lo conferma il Financial Times, che scrive: «Una Catalogna indipendente sarebbe più ricca ma più indebitata della Spagna». Tanto per cominciare ci sarebbe da restituire qualche soldo a Madrid per la quota di debito nazionale e la ristrutturazione delle banche. Poi c'è la questione dell'export.

Lo spiega bene The Economist, citando il blog del Professor Pankaj Ghemawat, della IESE Business School di Barcellona. Ghemawat ha creato una mappa delle esportazioni catalane, dimostrando che se è vero che questa regione esporta, è anche vero che esporta una bella fetta di produzione nella stessa Spagna. Gli attuali 49 miliardi di export sarebbero dimezzati, con un inevitabile ripercussione sull'occupazione. L'elenco potrebbe continuare, ma, dato che il segno dei tempi è diventato la parola "spread" si pensi alla reazione dei mercati alla notizia di una dichiarazione unilaterale di secessione catalana.

Questa è la sostanza. Condita però da Mas con dei toni populistici che rimandano all'identità nazionale che non trovano ragione nei fatti. Le rivendicazioni culturali catalane sono state affrontate e soddisfatte una decina di anni fa. A Barcellona il catalano ha pari dignità con lo spagnolo.

La retorica di Mas ricorda piuttosto, per fare un paragone con l'Italia, la "Lega Nord" della prima ora (Lega Lombarda). «Non siamo vassalli di Madrid», uno degli slogan della campagna elettorale di CiU. Alle manifestazioni pro-indipendenza tenutesi a Barcellona si leggeva sui cartelli: «Madrid nos roba». L'attinenza con «Roma ladrona» è immediata.

Resta da vedere se la vicenda catalana sommata alla questione fiamminga e alla prospettiva di un referendum separatista in Scozia segni l'inizio di una tendenza europea.

In tempi di crisi economica come quella che il vecchio continente attraversa, le isterie nazionalistiche fanno paura. Anche negli anni '30 del secolo scorso andò più o meno così.