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Con Obama vince il "partito demografico"

Il dato di fondo è che Obama ha vinto con il "partito demografico". Ora dovrà trasferirne la forza al Partito Democratico. [Guido Moltedo]

redazione
giovedì 8 novembre 2012 16:53

di Guido Moltedo

Il "partito demografico" di Barack Obama è il vincitore delle elezioni presidenziali. Ha trovato casa sotto la grande tenda del glorioso Partito democratico. Grazie anche a una sofisticata regìa organizzativa di teste geniali come "i due David", Plouffe e Axelrod, una nuova coalizione che miracolosamente tiene insieme pezzi di società e lobby che più diversi non si può. È composta da una varietà ampia di constituencies etniche, religiose, di genere e da un ventaglio di svariati aggregati di interesse, in sintonia con il nuovo caleidoscopio sociale e culturale americano.

I latinos, che con il 69 per cento delle preferenze per Obama mai come in questo voto hanno così contato; gli africano-americani; gli asiatici; i caraibici; gli immigrati dall'Africa e dal Medio Oriente. E le donne, spaventate da loschi politici come Todd Akin e Richard Mourdoch, non estremisti impazziti con le loro teorie sul "legittimo stupro", ma in linea con il candidato alla vicepresidenza, Paul Ryan. I gay, che vedono avanzare i loro diritti, grazie anche a questa stagione obamiana. E poi i giovani, specie quelli che votano per la prima volta, la cosiddetta Millennial Generation, che secondo i sociologi, credono ancora nel futuro, nonostante tutto, e non si sono fatti catturare dal messaggio disfattista di Romney e che certo non lo seguono sui temi dei gay o del rigore restrittivo contro l'immigrazione.

Questo arcobaleno poggia sul vecchio zoccolo duro della base democratica, disillusa e delusa finché si vuole dal presidente del "change" tradito eppure disciplinatamente alle urne per scongiurare la detronizzazione di Obama da parte di un pericoloso grumo di vecchio e nuovo estremismo di destra. Anche molti dei referendum, su temi come il matrimonio gay e la marijuana libera, che si tenevano in diversi stati parallelamente alle elezioni, rafforzano questo processo trasformativo del Partito democratico rispetto alla sua fisionomia novecentesca, molto legata alla classe operaia bianca e alle vecchie minoranze ormai parte della maggioranza bianca, gli irlandesi, gli italiani, gli ebrei, i neri, l'intellettualità liberal.

Questo nuovo "partito" che emerge è più grande della somma delle sue parti, è un'aggregazione che si tiene insieme intorno alla figura carismatica, sia pure un po' stinta rispetto a quattro anni fa, di Barack Obama. Infatti, il "vecchio" Partito democratico, come tale, ha fatto fatica a tenere la maggioranza al senato, e se c'è riuscito è stato grazie a figure "obamiane", cioè di rottura, come le tre donne che hanno fatto più notizia, insieme al presidente, in queste elezioni: Elizabeth Warren, che ha riconquistato in Massachusetts il seggio storico dei Kennedy, e due candidate simboli di battaglie che trascendono la loro pur importante sfida locale, Claire McCaskill che ha battuto Todd Akin, e Tammy Baldwin, la prima persona apertamente gay a entrare al senato.

Obama, come Bill Clinton negli anni Novanta, ha ora il doppio mandato di governare il paese per i prossimi quattro anni ma anche quello di traghettare il Partito democratico nella nuova era americana. Clinton intuì la portata dei cambiamenti in corso, ma ebbe la fortuna che anch'egli però assecondò, di vivere tempi di vacche grasse. E riuscì a "modernizzare" il Partito democratico, emarginando la vecchia anima liberal di stampo kennediano (i dissapori con la dinastia bostoniana sono durati nel tempo) e spostando l'asse politico verso un centro pragmatico ma anche cercando sponde in una sinistra europea allora sul solco della Terza Via e dell'Ulivo.

La parola d'ordine di Obama - Forward!, Avanti! - è socialista, hanno notato i suoi avversari di destra per metterlo in imbarazzo accostandolo a quell'epiteto per giunta europeo. C'è qualcosa di questo nell'Obama che si appresta a intraprendere il secondo mandato? Certo, la sua insistenza su antichi termini cari ai liberal e alla sinistra europea, come education, equità, solidarietà, possono far pensare che nella nuova coalizione "demografica" il collante sia di vecchio stampo.

Si vedrà se la direzione è quella, o se prevarrà, come nel primo mandato, l'assillo di trovare sempre e comunque un accordo con l'opposizione repubblicana, il che, ammesso che la destra sia disposta alla trattativa, comporterebbe l'inevitabile diluizione di ogni idea riformatrice.

Ma se Obama non saprà trasferire nel Partito democratico il capitale di consensi acquisiti o rafforzati con la sua rielezione, difficilmente, tra due anni, nelle elezioni di medio termine, l'asino riuscirà a dare i calci che merita all'elefante repubblicano, cercando di riconquistare la maggioranza alla camera dei rappresentanti e a consolidare quella oggi striminzita al senato.

Se il presidente resterà anche nel prossimo quadriennio la figura ammirata ma politicamente solitaria che abbiamo visto in azione nel primo mandato, non lascerà alla fine dietro di sé l'eredità dei grandi presidenti progressisti che, con la loro azione riformatrice, hanno anche via via dato forza e nuovo impulso al Partito democratico: il New Deal di Roosevelt, negli anni Trenta dopo la Grande depressione, la Nuova Frontiera di Kennedy e la Grande Società di Johnson negli anni Sessanta, il Putting People First di Clinton negli anni Novanta. E tra quattro anni, chi sarà chiamato a succedergli, come aspirante democratico alla presidenza avrà al suo fianco un partito senza un'identità definita ma posato su una coalizione pronta, in alcune sue parti, a trasmigrare nel Partito repubblicano (se esso sarà in grado di liberarsi dal condizionamento della destra più conservatrice e tornare a essere la forza politica plurale che pure anch'essa era prima del reaganismo e delle sue più recenti derive estremistiche).


  OBAMA: FOUR MORE YEARS