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800mila mamme licenziate o spinte alle dimissioni

Negli ultimi 2 anni. Rapporto di Save the Children. In Italia mancano i servizi all'infanzia e il lavoro, se c'è, è a rischio a seguito della gravidanza.

redazione
martedì 18 settembre 2012 20:20

Mamme e lavoratrici: ancora oggi la conciliazione è lontana. Lo dimostrano i dati del rapporto "Mamme nella Crisi" di Save the Children, presentato oggi a Roma alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero e della vicepresidente del Senato Emma Bonino. In Italia mancano i servizi all'infanzia e il lavoro, se c'è, è a rischio a seguito della gravidanza, con pressioni o dimissioni in bianco: sono questi gli elementi che spiegano il calo della natalità in Italia (-15mila nascite tra il 2008 e il 2010).

Il rapporto donne-lavoro resta uno scoglio: nel 2010 solo il 50,6% delle donne senza figli era occupata (contro la media europea del 62,1%). Dato che scende al 45,5% con l'arrivo del primo figlio, al 35,9% con il secondo e a 31,3% nel caso di 3 o più figli. Tra il 2008 e il 2009 sono state 800 mila le mamme licenziate o spinte alle dimissioni. L'8,7% del totale delle interruzioni di lavoro nel 2009 è avvenuta per costrizione (era il 2% nel 2003). Sono queste condizioni precarie alla base della maggiore incidenza della povertà sui bambini e sugli adolescenti registrata in Italia. Il confronto internazionale dimostra, infatti, che lo spread relativo al rischio di povertà tra minori e adulti è pari all'8,2% (il 22,6% dei minori a rischio povertà contro il 14,4% degli over18).

Fare figli diventa davvero un'impresa quando l'autonomia stenta ad arrivare: il 35,6% delle donne nel 2010 e il 36,4% nel 2011 erano inattive e appartenenti alla fascia 25-34 anni. Dei 3 milioni e 855mila donne fra i 18 e i 29 anni, il 71,4% vive con i genitori. E se il lavoro c'è, spesso manca di qualità: nel 2010 è diminuita l'occupazione qualificata, tecnica e operaia, in favore di quella a bassa specializzazione (collaboratrici domestiche, addette ai call center). Quanto al part time in aumento, le ragioni sono dovute quasi esclusivamente all'incremento del part-time involontario, accettato cioè in assenza di occasioni di lavoro a tempo pieno (nel 2010 il 45,9% sul totale dei part time, contro la media Ue27 del 23,8%). Essere donna, lavoratrice e straniera rende poi tutto più difficile: il primo figlio comporta un aumento dell'indice di deprivazione materiale dal 32,1% al 37% contro il 13,3% e il 14,9% delle madri italiane. Vulnerabili sono anche le mamme sole, i cui figli sono i più esposti al rischio di povertà (28,5% contro il 22,8% della media dei minori in Italia).

Se esistesse in Italia una rete di servizi all'infanzia la conciliazione famiglia-lavoro non sarebbe un'utopia per molte donne. Invece il paese continua a investire poco per la protezione sociale e le famiglie: solo l'1,4% del Pil nel 2009, contro la media Ue del 2,3%. Il risultato è che solo il 13,5% dei bambini fino a 3 anni viene preso in carico dai servizi, un dato molto lontano da quel 33% posto come obiettivo dall'Ue. Va peggio al Sud: in Campania meno di 3 bambini su 100 (2,4%) accedono ai servizi, mentre in Emilia Romagna la percentuale è del 29,5%. Il lavoro familiare impegna le giovani donne 5 ore e 47 minuti al giorno, contro 1 ora e 53 minuti dei loro coetanei maschi. Il congedo parentale, inoltre, è stato utilizzato nel 2010 solo per il 6,9% da padri.

"La crisi aggrava il carico delle donne, che non solo devono fare quadrare i bilanci familiari in totale assenza di servizi di assistenza e cura, ma anche provvedere agli acquisti per l'igiene nelle scuole dei propri figli" commenta Emma Bonino, vicepresidente del Senato e presidente onoraria di Pari o Dispare, che ha organizzato la tavola rotonda. "La scarsità di risorse - aggiunge - imporrebbe la concentrazione di quelle esistenti per potenziare i servizi alla persona, evitandone la dispersione in infiniti capitoli di bilancio". E Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children, incalza: "Il rafforzamento della rete dei servizi di cura rappresenta non solo un presupposto necessario per l'accesso al lavoro delle attuali o future mamme ma anche una spinta allo sviluppo stesso dell'occupazione femminile".

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