In Bahrain è morta la F1, soffocata dalla vergogna

Il sovrano Hamad bin Isa al Khalifa come Bernie Ecclestone, analoghe sensibilità. Piloti della vergogna si schiantano sui miliardi. [Ennio Remondino]

Ennio Remondino 22 aprile 2012
[b]di Ennio Remondino[/b]



E' il primo pezzo “sportivo” nei miei 40 anni di giornalismo. Scusate quindi l'enfasi. Qualche collega più esperto lo ha chiamato il “Gran Premio di sangue”. Forse, oltre al sangue sparso per le strade di Dubai, a fine corsa dovremmo occuparci del “Gran Premio della vergogna”. Colleghi più esperti spiegano che Bernie Ecclestone, il “patron” della Formula1, non poteva certo rinunciare a 30 milioni di dollari per quei quattro straccioni dei villaggi di Malkiya, Karzakan, Sadad e Damistan che, per chiedere democrazia, si sono fatti pestare ed ammazzare. Coerentemente segue il silenzio inquietante dei team, dei loro padroni e dei piloti, gente miliardaria che certo, con certa gentaglia rozza e rumorosa, nulla ha a che spartire.



Del resto che ne possono sapere un Matershitz o un Montezemolo, gli uomini di riferimento di realtà importanti e famose come la Red Bull e la Ferrari, delle rivendicazioni e delle lotte della maggioranza della popolazione sciita, contro la dinastia sunnita minoritaria che governa il piccolo stato-isola del Golfo. La gente povera puzza e il sangue sporca. E loro, gran signori, fanno solo sport, mica si occupano di politica. Oddio. Almeno Montezemolo qualche pensierino forse lo sta facendo, in team con Casini e Fini. Si merita -si meritano- di finire come la Ferrari da un bel po' di tempo a questa parte. Ad inseguire una credibilità perduta. E come in Barhein, sugli spalti, il tifo un po' isolato del Re-sultano al Khalifa.



Il solo aspetto umano, di decenza, meritorio di cronaca dai box, la scomparsa di Matteo Vignali, meccanico del reparto cambi della Ferrari, stroncato a 32 anni da un infarto. Non si meritava, lui assieme a tutti noi “ferraristi”, la vergogna del Bahrain. Riposa in pace Matteo, nell'illusione-memoria di quando ancora la Formula1 era un sfida tecnica di abilità e di coraggio: non una offesa al buon gusto.